
Una pratica in cui le parole non servono. È il potere del tocco consapevole a fare tutto, a trasmettere quel senso di sicurezza interiore che porta il corpo ad autoregolarsi e a integrare sofferenze radicate
Articolo pubblicato su vogue.it – 18 maggio 2026
di Alice Rosati
La biodinamica craniosacrale riporta il corpo in un profondo stato di interezza e sicurezza interiore, la condizione ottimale per sostenere la sua naturale capacità di autoregolazione e autoguarigione.
Alla base di questa pratica olistica c’è l’idea che il sistema nervoso, quando si sente al sicuro, possa gradualmente abbandonare gli stati di allerta cronica e ritrovare calma ed equilibrio.
“La biodinamica craniosacrale è collegata alla teoria polivagale dello psicologo Stephen Porges, sviluppata negli anni ’90”, spiega Luisa Brancolini, operatrice olistica esperta in biodinamica craniosacrale. “Spesso attiviamo parti antichissime del cervello, nate per garantirci la sopravvivenza quando eravamo gazzelle o leoni, ma oggi queste risposte si accendono continuamente: per il traffico, una multa, una telefonata, qualsiasi situazione percepita come minacciosa. Così rimaniamo costantemente in allerta e perdiamo il nostro centro”. È proprio qui che entra in gioco uno dei principi cardine della biodinamica: la co-regolazione. “Ci regoliamo attraverso il contatto con una persona centrata, presente, che accompagna l’altro in un processo profondo. Le parole si usano poco, ci si affida soprattutto al tocco e alla presenza. Attraverso questo lavoro il sistema nervoso può, poco a poco, lasciare andare gli stati di allerta e trovare una quiete interiore che col tempo porta a una maggiore interezza e a una minore frammentazione”.
Come viene spiegato nel libro Biodinamica craniosacrale basata sulla mindfulness (Red Edizioni), scritto da Luisa Brancolini e Paolo B. Casartelli, le radici teoriche della disciplina risalgono agli studi di William Garner Sutherland, allievo del fondatore dell’osteopatia Andrew Taylor Still. Nei primi decenni del Novecento, Sutherland intuì che le ossa del cranio non fossero strutture rigide e immobili, ma attraversate da un movimento ritmico sottile e involontario, indipendente dal respiro polmonare e dal battito cardiaco. Da questa intuizione nacque il concetto di “respirazione primaria”, ovvero un ritmo profondo che, secondo Sutherland, attraversa tutto l’organismo e riflette una forza vitale intelligente capace di organizzare e mantenere la salute. Negli anni Sessanta, l’osteopata Rollin Becker ampliò questa visione introducendo il termine biodinamica per indicare l’effetto benefico delle forze profonde che regolano naturalmente il corpo. L’operatore si sintonizza con questi ritmi per favorire l’emersione delle risorse innate di guarigione della persona, creando uno spazio di presenza e integrazione in cui il corpo possa ritrovare spontaneamente il proprio equilibrio. Ciò che caratterizza la biodinamica craniosacrale è proprio il riconoscimento dell’esistenza di una forza vitale dentro di noi che può essere sostenuta.
L’arte di ascolto con le mani
È per questo che la biodinamica craniosacrale viene spesso definita l’arte di ascolto con le mani. Spiega Luisa: “Attraverso un tocco leggero e non invasivo, l’operatore accompagna il ricevente verso stati di quiete e autoregolazione, favorendo il riemergere delle capacità innate di guarigione del corpo. Lavora nel profondo senza cambiare necessariamente l’esterno ma il modo in cui la persona si relaziona a ciò che vive. Il trattamento si svolge vestiti, su un lettino. Una parte importante è il cosiddetto rituale del contatto: si chiede sempre il permesso prima di toccare la persona, affinché si senta al sicuro e accolta. Le mani possono essere appoggiate in diverse aree del corpo, spesso su spalle o piedi. Poi si aspetta che avvenga la sintonizzazione. La relazione tra operatore e persona è fondamentale, attraverso la presenza e il rallentamento si permette al sistema nervoso di regolarsi. La sessione dura circa 45-50 minuti, accompagniamo il corpo con delicatezza, senza imporre una forza ma solo seguendo ciò che ci suggerisce. La grande differenza rispetto all’osteopatia moderna, con cui la dinamica craniosacrale condivide le basi, è che si aspetta la risposta del corpo nella sua interezza: non lavoriamo sulla singola parte, ma sul corpo come unità, rimaniamo presenti e lasciamo che il sistema trovi da sé la propria riorganizzazione”.
Il corpo nella sua interezza
Un concetto centrale è proprio quello di interezza: la salute non viene considerata semplice assenza di sintomi, ma esperienza di integrazione tra corpo, emozioni, mente e ambiente. “La sofferenza nasce quando eventi traumatici o stressanti non vengono metabolizzati e rimangono sospesi nel sistema corporeo. La pratica biodinamica mira dunque a creare uno spazio sicuro in cui tali contenuti possano emergere, essere percepiti e integrati”, aggiunge Luisa. Per questo un altro dei principi cardini della biodinamica craniosacrale è infatti quello dell’integrazione: l’esperienza dell’interezza accade ogni volta che integriamo una parte di noi stessi.
Il ruolo della mindfulness nella biodinamica craniosacrale
In questo percorso, la presenza consapevole, conosciuta come mindfulness, occupa un ruolo fondamentale anche per l’operatore. “È uno stato in cui impariamo a dirigere l’attenzione dove vogliamo noi, quindi a lasciare andare i pensieri e ad aprirci alla persona. Questa attenzione, non giudicante e radicata nel presente, consente di entrare in relazione con chi riceve in modo autentico e rispettoso. Essere ascoltati con presenza e senza giudizio è già di per sé qualcosa che rilassa profondamente il sistema nervoso”.
Questa pratica invita a riscoprire la saggezza naturale del corpo e la sua capacità di autoregolarsi, di ristabilire equilibrio e armonia quando viene offerto uno spazio di ascolto autentico.
